“100DM” un libro di Elisa Del Prete e Tommaso Bonaventura

Tommaso Bonaventura / Elisa Del Prete
“100 DM”

“Ho due vite e una sola biografia” diceva Thomas Oberlender, drammaturgo originario della Germania Est.
Le immagini e i testi raccolti in questo volume indagano su queste doppie vite a partire dai cento marchi di benvenuto – il cosiddetto Begrüßungsgeld – offerti dalla Repubblica Federale Tedesca a ogni abitante proveniente dall’Est la prima volta in visita nel paese: un regalo altamente simbolico nella memoria di ogni persona nata nella DDR.
Il fotografo Tommaso Bonaventura e la curatrice Elisa Del Prete affrontano la complessità e l’unicità del cambiamento avvenuto con la scomparsa di questo Paese in un racconto plurale, dove la storia è intimamente mescolata alla vita dei singoli.

Progetto grafico Lupo Burtscher / edito da Silvana Editoriale

Flavio Favelli “Gli Angeli degli Eroi”

Gli Angeli degli Eroi

un progetto di Flavio Favelli

 

Gli Angeli degli Eroi è un progetto artistico che si propone di aprire una riflessione sullo stato di silenzio e di estraneità che vige sull’Esercito Italiano e le azioni del suo corpo armato.

L’Italia, a differenza di altri paesi europei, ha un rapporto contraddittorio e sofferto con le sue Forze Armate che, per lo più dimenticate, tornano protagoniste solo nei momenti più tragici grazie a i media che ci informano delle perdite di militari italiani in missione all’estero.

L’Esercito è spesso percepito come un ente estraneo e lontano per i cittadini.

Le polemiche sulle missioni in Iraq e Afghanistan hanno evidenziato questo distacco divenuto contraddittorio con la strage di Nasiriyya e la vicenda Sgrena-Calipari.

Le notizia dei militari caduti all’estero hanno dato ai soldati volti di persone normali, spesso giovani, con le loro storie quotidiane e le loro immagini. Ritratti in divisa ma anche nella vita civile e quotidiana, sono uomini che ancora oggi, in tempi che consideriamo nuovi e diversi rispetto a quelli di una guerra in corso, danno la vita per il Paese.

Parole desuete e lontane, termini come Patria, sacrificio, onore, dedizione, che si credevano scomparse per sempre, sono recitate dai Ministri della Difesa ai funerali di Stato…

Non esiste in Italia un luogo di memoria che rimandi alle perdite di militari italiani in periodo di pace. Gli Angeli degli Eroi i è una risposta spontanea a un’idea di “patria” che risuona ancora al sacrificio di uomini al “fronte”.

 

Gli Angeli degli Eroi è un grande semplice elenco, scritto a pittura su un muro della città, come è tradizione sulle lapidi commemorative, con i nomi dei militari italiani, al momento più di 220, caduti nelle missioni all’estero per la Patria nella storia della Repubblica, dalla prima vittima del 1950 fino ad oggi.

Richiamo al presente, l’opera Gli Angeli degli Eroi è un gesto semplice, riconoscibile, condivisibile e soprattutto sincronico.

L’opera è pensata come temporanea su un muro non verticale e dunque irraggiungibile, ma orizzontale, a portata di sguardo e di spalla. I nomi scorreranno accanto ai passanti e all’altezza delle macchine in strada, a contatto con la vita reale. La lista dipinta verrà forse imbrattata, danneggiata e avrà una sua fine, o un suo proseguimento solo se ci sarà qualcuno che, per propria volontà vorrà preservarla.

Come insegna la storia il luogo della memoria è prima di tutto il luogo stesso, ma in questo caso non esiste un unico luogo significativo per tutti i caduti, dunque è necessario individuarne uno che sia principalmente grande, visibile e accessibile. Il muro, in strada, è un luogo a metà tra pubblico e privato e rappresenta in se stesso il contesto ideale su cui far emergere riflessioni e questioni irrisolte. L’arte offre gli strumenti per farlo perchè porta in sé la cifra metaforica.

L’opera si propone come domanda non come risposta, come messa in discussione dell’idea di epigrafe stessa in quanto luogo commemorativo tradizionale, sentito ancora così necessario come baluardo di un’identità italiana.

 

Produzione in corso

 

Nel 2015 il progetto è stato accolto dal sindaco di Bologna, dal Ministero della Difesa e dalle Forze Armate.

Un prototipo è stato prodotto dal MAXXI ed esposto presso il museo di Roma durante la mostra Architettura in Uniforme nella primavera del 2015.

Il 18 giugno 2015 l’opera è stata celebrata col concerto della Banda Interforze del Ministero della Difesa alla presenza del Ministro Roberta Pinotti.

Il 4 novembre 2015, Giorno dell’Unità Nazionale e Giornata delle Forze Armate, nella Piazza del Quirinale il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha reso omaggio ai Caduti nel corso delle missioni internazionali di pace, alla presenza dei rispettivi familiari, osservando un minuto di raccoglimento di fronte all’opera a loro dedicata Gli Angeli degli Eroi di Flavio Favelli.

Ad oggi il progetto è alla ricerca di un sito idoneo, a Bologna o altrove.
«Nel 2011 moriva in Afghanistan il militare Luca Sanna e i parenti al funerale scrissero una preghiera su un cartello in suo onore: CARO LUCA GRAZIE! GLI ANGELI DEGLI EROI TI SORRIDONO MENTRE TI FANNO LA SCORTA D’ONORE FINO ALLA LUCE DI DIO IN PARADISO!!! VIVA L’ITALIA. …Tutto mi e sembrato lontano ed estraneo guardando questa foto su un giornale eppure c’era qualcosa che mi chiamava, oltre alla bandiera e alla lingua usata che sono quelle del mio Paese. Altri 18 paesi democratici dell’area europea hanno avuto – solo in Afghanistan – quasi 900 morti. E prima c’era l’Iraq e il Kosovo, la Bosnia, la Somalia ma anche il Congo e il Libano…Gli Angeli degli Eroi vuole ricordare tutto questo.» (Flavio Favelli)

 

 

 

L’artista

Flavio Favelli nasce a Firenze nel 1967 e attualmente vive a Savigno (BO)._ Dopo la Laurea in Storia Orientale all’Università di Bologna, prende parte al Link Project (1995-2001) e inizia ad esporre in importanti spazi pubblici e privati in Italia e all’estero. Sue opere sono state acquisite da importanti collezioni private e pubbliche tra cui: GAM (To); Fondazione Sandretto Re Rebaudengo (To); MAMbo (Bo); Fondazione Furla (Bo); La Maison Rouge Fondation Antoine De Galbert (Parigi), Collezione La Gaia (Cn); Museo del ‘900 (Mi); MACRO (Rm); MAXXI (Rm); Nomas Foundation (Rm); Collezione Anita Zabludowicz (Londra); Collezione Elgiz (Istanbul); Collezione Unicredit Banca.

Recentemente parte della sua ricerca si è orientata alla pittura murale cercando nel supoorto del muro cittadino quella soglia tra privato e pubblico che permette la traduzione collettiva di un immaginario personale che però viene da un ricordo comune.

 

Da sempre ho dovuto vivere fra due mondi diversi, quasi opposti che appena si lambivano scoppiavano, lasciando macerie e ferite, ma anche -a guardare bene- polvere colorata e fumi seducenti. Il mondo di mio padre, quello che rifletteva il Paese degli anni 70, col cine, il self- service, i festival e le serate a Montecatini, la citta nella notte, i manifesti della politica, della pubblicita, le insegne luminose di Riccione e le locandine dei film a luci rosse. E il mondo dei miei nonni, morbido come il velluto verde reseda del divano della loro sala ma anche austero come il loro guardaroba. E in mezzo mia madre che voleva uscire da questa morsa con l’Arte, con l’amore per il bello. Cercava, invano, un’arte che salvasse. I due cosmi distanti avevano in comune gli oggetti quotidiani che erano i loro oracoli. Se nel mondo dei miei nonni il manufatto con la sua perizia artigiana raccontava un tempo con le sue leggi e le sue idee, nel pianeta di mio padre, l’oggetto, oramai sfacciatamente pubblicitario esplodeva invadendo ogni angolo di vita privata. Mio padre chiamava alcune cose col nome di marchi registrati. Accadeva cosi che giocavo con le marche e i loghi. Gli adesivi e le figurine stavano arrivando. Avevo 7 anni e presi in prestito i NO e i Si che vedevo nei manifesti del referendum sul divorzio del 1974 per collocarli in una classifica immaginaria della mia vita. Dicevo piu Si o No? Mia madre era piu Si o NO? In qualche modo assumevo e miscelavo insieme alle mie immagini, le scritte, le reclam, gli slogan, il mondo della televisione, le insegne al neon; la grande energia e le grandi tensioni politiche di quegli anni insieme alla mia situazione familiare hanno prodotto nella mia mente un grande archivio infinito di ricordi e figure che non mi lasciano mai. In un libro sugli avvenimenti della fine degli anni settanta a Bologna c’e una foto del giugno 1978 con disordini e polizia e sopra, in alto sospeso, uno stendardo con una grafica spinta e audace: Arte Fiera 78.

Valentina Medda “Bologna by Night”

Performance nell'ambito del Festival Danza Urbana (Bologna)

Bologna by Night è un progetto di Valentina Medda che si propone di sondare la percezione del pericolo nello spazio urbano dal punto di vista femminile, indagando ciò su cui tale percezione si costruisce.
Pensato come format versatile che si arricchisce delle diversità dei contesti in cui ha luogo, giunge a Bologna dopo Parigi e Amsterdam.
A settembre 2017 è stata realizzata la prima fase del progetto in collaborazione con il festival Danza Urbana: un’azione performativa che ha coinvolto (tramite un laboratorio preliminare) nei giorni del festival 15 camminatrici invitate a mappare fisicamente il centro di Bologna al calar del sole prendendo consapevolezza dei percorsi scelti e di quelli schivati secondo regole di esplorazione indicate dall’artista.

Tramite l’esperienza fisica della camminata, usando il proprio corpo come strumento primo di accesso all’ambiente circostante, ma del tutto invisibili ad un pubblico di spettatori perchè autonome nel loro muoversi notturno, ogni donna ha così individuato sulla propria mappa quei luoghi, quelle strade, quelle piazze, quei vicoli per lei cruciali per una libera fruizione della città, facendo emergere quelle ragioni e impressioni, quei sentimenti e quegli istinti che dettano i propri comportamenti quotidiani nell’attraversare i luoghi cittadini.

L’artista ha poi fatto proprie le mappe raccolte attraverso un’azione di cancellatura eseguita manualmente su mappe cartacee (ormai in disuso) della città. Ogni mappa è diventata un ritratto personale dell’esperienza e fruizione che ogni donna ha della città in cui abita.

L’opera finale, composta dalle 15 mappe, è stata presentata a giugno 2018 nella mostra “VEDUTE PROSSIME”,  a cura di Piersandra Di Matteo, presso il Garage del Teatro Arena del Sole di Bologna all’interno del Festival Right to the City – Atlas of Transitions Biennale

«Lavorando sul legame fra luogo e memoria, differenze culturali e specificità individuali, – dice  – mi interessa capire come si costruisce il senso di familiarità con il luogo, cosa e’ percepito come minaccioso e da cosa dipende il sentirsi minacciati. Quali sono le dinamiche che ci fanno sentire a casa e che ruolo gioca il corpo, con le sue variabili di genere, etnia, eta’, abilita’, nella creazione di questa relazione…? Nel mio lavoro mi interessa il corpo come portatore di cultura e di diversità: a Bologna giocheremo a fare le Flâneuses…mettendo in discussione la pratica tipicamente maschile del flâneurie!» (Valentina Medda)

Il progetto si completa di una pubblicazione d’artista in cui saranno raccolte le quindici mappe.

“Night After Night”racconto per parole e immagini di Valentina Medda 

 

Valentina Medda è artista, attivista ed educatrice proveniente dall’underground artistico e politico italiano e parte della scena DIY newyorkese. Nata in Sardegna e fedele ai suoi antenati naviganti e pensatori, ha viaggiato e vissuto tra svariate città, quattro paesi e due continenti. Negli ultimi anni e’ stata artista in residenza alla Cite’ de arts e Le couvent de Recollet a Parigi, Flux Factory a NY, Les bains connective a Brussels, OPEN/CARE a Milano e Maison Ventidue a Bologna. Ha ricevuto fellowships e grants da ICP – International Center of Photography di NY, Kodak Color Elite, New York Foundation for the Arts, TINA Art Prize. La sua pratica artistica, che attinge ai suoi studi filosofici e al suo background nel teatro fisico, si snoda tra la performance, l’immagine e l’intervento/installazione, situandosi al confine labile che delimita, e lega, pubblico e privato, corpo e architettura, città e appartenenza sociale. Oltre a lavorare come mentor per l’Immigrant Artist Program della NYFA-NY Foundation for the Arts e come assistente insegnante nelle scuole pubbliche, Medda sta portando avanti un progetto di intervento site specific negli spazi domestici (“Healing Interventions”) e un progetto partecipativo di traduzione dei segni urbani in tatuaggi. www.valentinamedda.com

Valentina Medda “Bologna by Night”
a cura di Elisa Del Prete
(parte di Cities by Night)

Performance
Danza Urbana Festival – Bologna, 5-9 settembre 2017
Laboratorio in collaborazione con Gaspare Caliri, etnosemiotico
presso e grazie a Borgo22 e Next Generation Italy, associazione di promozione dell’intercultura digitale
col supporto digitale di Freeda.it

Mostra
“VEDUTE PROSSIME” Bologna, Arena del Sole – Garage, 16 – 24 giugno 2018
a cura di Piersandra Di Matteo
con ZimmerFrei, Alessandro Carboni, Anna Raimondo
Nell’ambito di “Right to the City | Diritto alla Città” prima fase di “Atlas of Transitions Biennale”

“Salvatore Nocera. Un decennio di ritardo”

Palazzo d'Accursio - Piazza Maggiore, Bologna / per opera di Eva Picardi, da una prima idea di Mario Giorgi

Salvatore Nocera. Un decennio di ritardo è la prima mostra personale di Salvatore Nocera nella sua città natale, a quasi dieci anni dalla morte dell’artista, avvenuta nel 2008.

L’esposizione nasce dalla stretta collaborazione tra Eva Picardi, erede testamentaria di Nocera assieme alla madre Felicia Muscianesi, la curatrice Elisa Del Prete e Mario Giorgi, autore che ha conosciuto l’artista in vita, i quali, sulla base di una documentazione ancora frammentaria e attingendo alle opere rinvenute presso alcune collezioni private, hanno avviato un primo lavoro di riscoperta di un autore e di una carriera artistica sfuggente, durata quattro decenni, dalla fine degli anni Quaranta all’inizio degli anni Novanta. Promossa nell’ambito delle attività dell’associazione culturale Bologna per le Arti con il patrocinio del Comune di Bologna e della Regione Emilia-Romagna, la mostra propone una selezione finale di quasi settanta opere tra tele, disegni, bozzetti e alcuni scritti, nell’intento primario di restituire alla città un patrimonio artistico-culturale a oggi nascosto.

 

Nato a Bologna nel 1928 e trasferitosi a Parigi dalla fine degli anni Cinquanta, Salvatore Nocera non espone mai in città, tranne che in alcune mostre collettive giovanili. Di indole riservata, lascia ben poche tracce del suo percorso, talvolta arrivando a distruggere le sue stesse opere. Muovendo da una figurazione iniziale (in cui si interroga evidentemente sulla lezione del Rinascimento), verso la metà degli anni Sessanta inizia a lavorare a una pittura decisamente più materica interpretando in chiave del tutto personale un “nuovo naturalismo” che risente certamente della lezione del critico Francesco Arcangeli. Il disegno accompagna tutto il suo percorso mentre il paesaggio diventa oggetto della sperimentazione pittorica e il tema della figura femminile scandisce e articola una mitologia moderna in cui l’artista stesso è immerso.

A completamento della mostra, il primo catalogo sull’artista ripercorre l’evoluzione della ricerca di Salvatore Nocera restituendone un percorso critico e la dovuta legittimità anche grazie al testo critico di Graziano Campanini e alla presentazione della curatrice Elisa Del Prete.

Artista di ampia cultura e di inesausta curiosità, Salvatore Nocera ha lasciato una preziosa biblioteca di oltre 8000 volumi che le eredi hanno deciso di destinare alla città per mezzo di una donazione alla Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna, mentre il MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna e il Museo MAGI’900 di Pieve di Cento acquisiranno in collezione alcuni dei lavori.

William Kentridge

Elisa Del Prete, William Kentridge, Starter / doppiozero, 2016

Una monografia completa di uno dei maggiori artisti contemporanei. Un percorso biografico e tematico ricco di materiali anche frutto di interviste inedite e di illustrazioni che ripercorrono tutto il complesso tragitto dell’artista sudafricano dagli esordi teatrali alle grandi realizzazioni e installazioni, come quelle in corso attualmente a Roma e Milano.

Artista di fama internazionale William Kentridge (Johannesburg, 1955) è ormai riconosciuto dentro e fuori dal circuito artistico in quanto testimone della condizione di segregazione vissuta dal Sudafrica durante l’Apartheid, in cui l’artista cresce.
Le sue animazioni in stop motion nascono da un processo unico che parte del disegno in bianco e nero, a carboncino o pastello, e prosegue in un’ossessiva cancellazione e ricostruzione che delinea un mondo fatto di ombre, slittamenti, metamorfosi, fraintendimenti continui che sono metafora dell’indefinibile complessità del contesto geo-politico in cui vive, come del mondo in generale.
Ma se è vero che Kentridge è portavoce di un cambiamento epocale della storia, è anche vero che tutto il suo lavoro non si risolve mai in una presa di posizione univoca ma anzi si districa nella continua messa in discussione di “identità” e “verità”. Ed è per questo che il suo lavoro continua ancora ad affascinare, a mantenere la forza di continuare a porre domande.
Se i temi che porta nel suo lavoro gridano un’urgenza collettiva, il suo è in realtà un percorso a ritroso di soggettivazione, un cammino lento e ancora in atto dal fuori al dentro, la messa in scena di una memoria prima di tutto personale e dei modi in cui essa si deposita e dissolve, un incontrare il mondo a metà strada per farlo a pezzi e ricomporlo.
Il suo lavoro è un esercizio di consapevolezza e un ammonimento dello sguardo, ma al tempo stesso è una pratica quotidiana in studio, un giocare al mettere in ordine la vita con la consapevolezza taciuta che non ci saranno vincitori.

Vorrei ma non possiamo, dunque dobbiamo.

testo in catalogo per la mostra di Linda Rigotti “Impressione Verde.Costruzioni aperte in equilibrio dinamico.”

Vorrei ma non possiamo, dunque dobbiamo.

Vige un senso di forzatura nella relazione tra uomo e ambiente.
Un tentativo costante, da parte dell’uomo, di gestione, costruzione, occupazione.
Non penso all’abuso di un territorio, alla violazione della Terra, all’effetto serra…penso alla stonatura originaria tra l’uomo e un ambiente che viene prima di lui col quale ha imparato a relazionarsi, di cui sa sfruttare le risorse, amare le bellezze, pur restando sordo a un grado di reale comprensione, incapace a una relazione spontanea, non per pigrizia o arroganza, bensì per assenza di una lingua comune. Tra uomo e ambiente vige, a me pare, un’insanabile incomprensione.
Lasciandoci alle spalle la città, dove ogni dettaglio, ogni scorcio, ogni orizzonte è disegnato dall’uomo, e scendendo verso il mare o salendo in montagna, la manomissione diventa più evidente perchè non riesce ad essere mai completamente efficace. Il respingersi delle due forze si manifesta con più clamore. Interventi e azioni umane devono affidarsi alla ripetizione, alla riparazione, all’adeguamento.
Provate a mettere in ordine una montagna. Provate a dare un ordine alla terra, all’erba, a un prato, agli alberi, o addirittura alla roccia.
Provate a mettere in ordine il mare. Provate a fermare il mutare dell’aria.
Poi, laddove ci siete riusciti, calcolate quanto la situazione di ordine permane.

Vorrei essere semplicemente una roccia. Questo penso sia un pensiero che Linda fa spesso: però – continua – non possiamo venir meno al nostro essere umani, dunque dobbiamo sforzarci di stare di fronte a ciò che questo significa in un processo costante di ordinamento.
In questo, a me pare, si racchiude lo sforzo che costringe i lavori di Linda Rigotti.
Sospesi tra processo e forma si costituiscono nella forma del processo. E il processo si compone sempre della relazione tra due elementi: lei e la sua esperienza più diretta dei luoghi nel particolare, l’uomo e lo sviluppo del suo sapere in generale.
In mezzo scorre la vita, il movimento, l’azione, la trasformazione, non permanenti.
In mezzo tra lei e il luogo, come tra l’uomo e l’ambiente, scorre il disordine della natura contro l’incessante produzione umana di ordine.
Originaria del Trentino ma radicata a Bologna vive, per scelta, la condizione privilegiata di non appartenenza che garantisce la possibilità di osservazione a distanza del luogo delle origini oltre che di quello d’abitazione. E, ancora, la sua scelta l’ha portata ad abbandonare un luogo di natura in favore di un luogo di società. Sono, credo, premesse significative.
Priva di uno spazio fisico di raccolta si serve della fotografia, del video, del disegno a matita, di ciò che la cattura in ogni sito che attraversa. Non ha necessità di stare, bensì desiderio di non stare. E questo detta il procedere del suo lavoro in un tempo e uno spazio di relazione sempre variabile.

Il muro, in questa sua ricerca, è diventato uno dei principali attributi, l’azione stessa del costruirlo in questa mostra Impressione verde; costruzioni aperte in equilibrio dinamico, come nell’azione Help me to build the green wall del 2015 (?), e, ancora, lo starci di fronte nei murali di Woodwose (data?) o in quelli che ha realizzato nella scuola Nome dove insegna.
Il muro è un segno lasciato nell’ambiente, è manifestazione di presenza e nel suo stare nello spazio e sopravvivere nel tempo diventa dimensione essenziale e originaria dell’uomo.
Il muro è il segno primo della volontà e capacità umana di dar forma e ordine al ritmo disordinato delle forze naturali, è la struttura per eccellenza, dove ogni singolo elemento è indispensabile al tutto nel completarsi con gli altri. Il muro è il porsi dell’uomo di fronte all’aria, la terra, l’acqua e il fuoco, per giungere a una forma in cui questi elementi, che vivono invece di costante mutazione, vengano ordinati. Il muro è esperienza umana delle origini: dove ha imparato l’uomo se non dalla natura stessa ad innalzare muri, dove ha capito che muri potevano proteggerlo, ripararlo, difenderlo? Aristotele diceva che le arti architettoniche sono “origini” proprio nel loro produrre una dimensione originaria…
Il costruire un muro è dunque una produzione originaria e una forte azione simbolica.
Mettendo per un attimo da parte pregiudizi e contaminazioni linguistiche che ne sporcano oggi il gesto, l’atto del costruire è atto di potenza, azione elementare fondante l’impero dell’uomo, opera pre-linguistica. Chi sa fare un muro è salvo.
Ecco che imparare a costruirlo, acquisire il sapere o i saperi che ne permettono l’edificazione è un atto di salvezza, non solo personale ma universale. Edificare un muro è il primo gesto dell’uomo di affermazione nell’ambiente, è l’avvio di un processo di conoscenza ed esperienza del mondo.
L’uomo ha un suo posto e il muro ne è un segno, il primo segno del suo sapere e una dichiarazione di presenza in atto.

Divenuta scultura, segno significante nello spazio, il muro non è però pura forma ma è l’esito di un processo di apprendimento che l’artista sviluppa assieme a chi, portatore del mestiere, può offrirle un percorso di conoscenza, Relazione xxxxxx, Relazione yyyyy, Relazione zzzzz.
Allo stesso modo il ciclo di video Mentre sto a questo lago (2012), che pur va a confezionare un racconto mitico di un luogo indefinito (si tratta di una serie di azioni sul lago Molveno, ma potrebbe essere altrove), non si offre come esperienza diretta ma filtrata da un gruppo di ragazze che abitano il luogo da straniere. E, ancora, il gesto di Ciao, ti presento loro (2015) si serve degli occhi di altre persone, fino anche al vero e proprio racconto orale di Il loro amore era una montagna che conosceva tutta la storia di lei e di lui, e le morti, le vite e le nascite. Il ritorno ripercorrendo le ragioni che hanno mosso ciascun lavoro e nel complesso l’intera ricerca (2015), opera che arriva a non esistere senza l’interazione con gli ascoltatori.
La narrazione insita già nei titoli dei lavori è segno di una chiamata all’ascolto, di un’apertura oltre il sé. L’uso che fa di fotografia e disegno (vicini il più possibile al reale), poi, è assolutamente soggettivo, introspettivo, finanche narcisistico nel desiderio che l’artista esprime di incontrare se stessa e di porsi di fronte agli altri. Utile e desiderata la relazione funge da specchio per collocare il sé ma al tempo stesso per astrarlo dalla sua unicità: io non sono l’altro ma nell’altro c’è traccia di me.
Nel lavoro i due elementi di partenza, uomo e ambiente, artista e luogo si incontrano sostanziandosi in una presenza che non è mai però propriamente opera perché si compone anche di un tempo e uno spazio lì non contenuti e di un flusso di relazioni precedentemente intercorso e prossimamente in circolazione che mette in atto indefinibili varianti. Tra un uomo e un altro c’è un mondo intero come tra quello stesso uomo e il mondo c’è un altro mondo: Jean -Luc Nancy scrive che l’opera è il tocco plurale dell’origine singolare. (1)
Posto che… – si dice in Fisica -…le variabili saranno poi imprecisate.
Nelle azioni cui assistiamo i presupposti vengono quasi sempre definiti tramite due modalità contrapposte, la premeditazione e il disinteresse per l’esito, o, potremmo dire, il calcolo e il gioco, dove l’uno detta le regole dell’altro nella consapevolezza che proprio il fattore ludico, il disinteresse, la non funzionalità, può metterle in discussione. I processi non giungono mai a un’opera autonoma, in un percorso che, anzi, a partire dall’esperienza biografica mira alla messa in comune, alla trasformazione dell’opera in un atto plurale dove chi guarda e chi partecipa attiva un sistema di relazioni e possibilità non calcolabili.
A dispetto dell’apparenza niente è in realtà fermo perché tutto è in trasformazione. L’opera è quel luogo in cui la concentrazione di relazioni tra chi è presente e chi è passato, tra ciò che è e ciò che è stata, genera continui scambi e alterazioni di un ordine solo istantaneo.
Quando è riuscita – scrive Nicolas Bourriaud – un’opera mira sempre al di là della sua semplice presenza nello spazio; si apre al dialogo, alla discussione, a quella forma di negoziazione interumana che Marcel Duchamp chiamava “coefficiente d’arte”, un processo temporale che si gioca qui e ora. (2)
Nell’opera si attiva dunque uno spazio di conoscenza che ha origine proprio da quel vincolo inderogabile tra uomo e ambiente. L’opera è quello spazio in cui la relazione si fa manifesta e lo stare dell’uomo si fa pro-duzione nella presenza, prassi, attività libera e voluta. (3)

 

1__Nancy J-L., Essere singolare plurale, Einaudi, Torino, 2010, p. 23.
2__Bourriaud N., Estetica relazionale, Postmedia, Milano, 2010, p. 43
3__Agamben G., L’uomo senza contenuto, Quodlibet, Macerata, 1994, p. 153.

La serietà con cui ci stanno di fronte così esattamente

testo per la mostra "Pssst Pssst" di Chiara Camoni, Cappella Tremlett – Bologna

Quel mondo, il mondo animale, ci rimane distante.
Potremmo vivere la vita intera senza incontrarlo, se volessimo.
Il mondo degli animali è oggi qualcosa che non penetriamo completamente, che non conosciamo più, una delle poche cose che ancora rimane da guardare e basta. Qualcosa che convive con noi quasi nostro malgrado, in parallelo, sotto il nostro sguardo stupito. Animali che ripetono con costanza e rigore i loro comportamenti, infastiditi talvolta dai nostri, ma senza mirare, pare, ad alcuna evoluzione, quanto meno immediata. Ma com’è possibile che oggi possano sopravvivere, così, sempre uguali a se stessi, quasi identici a com’erano?

Sì certo, gli animali domestici, quelli che prendiamo in braccio, quelli che crediamo di conoscere come fossero i nostri migliori amici, ecco il grado di avvicinamento antropomorfico che abbiamo oggi con l’animale.
Lo amiamo perché ci troviamo un margine di somiglianza, perché ci richiede un passo indietro, il regredire a un tocco, a uno sguardo, a un battito di palpebre, a un movimento della bocca o di un braccio…ci richiede un passo prima della parola.

Nessun animale conferma l’uomo, né in positivo né in negativo. L’animale può lasciarsi uccidere e mangiare, di modo che la sua energia vada a sommarsi a quella che il cacciatore già possiede. L’animale può lasciarsi addomesticare, fornendo cibo e lavoro al contadino. Ma sempre la mancanza di un linguaggio comune, il silenzio dell’animale, garantisce la sua distanza, la sua diversità, la sua esclusione dall’uomo.
(J. Berger, Perchè guardiamo gli animali)

Gli animali non parlano. E grazie a Dio.
Ecco allora forse perchè Chiara Camoni ha pensato a loro quando le è stato chiesto di fare un libro senza parole, un libro per bambini che lasciasse spazio alla loro immaginazione senza “dire” niente.

Il libro di Chiara è un libro fuori moda, in bianco e nero, del tutto inadatto ai bambini, pare.
Eppure quei disegni ti si appiccicano addosso e l’artista stessa dice – ho deciso di riprodurre disegni così realisti quando ho visto che i bambini rimanevano ammaliati dai volumi di riproduzioni ottocentesche e li preferivano ai libri più colorati e fantasiosi di illustratori moderni -. Eh sì, viene da rispondere, perchè li mostrano per quello che sono, per come non li conosciamo.

L’animale, se ci pensiamo, è la prima figura che l’uomo rappresenta. E’ il primo disegno. E il disegno è quella forma artistica, quello strumento primo e diretto che serve a conoscere il mondo. Tramite il disegno l’artista afferra ciò che non conosce, lo fa suo, è come se lo mettesse a fuoco, parte dopo parte.

Disegnare è possedere – diceva Amedeo Modigliani – un atto di conoscenza e di possesso.

Chiara è come se cogliesse l’occasione per disegnare, quasi come un bambino che vuole riprodurre qualcosa che lo ha catturato del mondo reale, che vuole riuscire a renderlo esattamente com’è, che vuole farlo bene, che rinuncia alla fantasia perchè trova più interessante restare nella contemplazione, nel gesto, nel segno da cui prenderà forma la figura.

Scomparsi dalla nostra vita, messi ai margini degli spazi che ci siamo ricavati per vivere, gli animali ritornano sui libri, nei documentari in televisione, nei cartoni animati…a dovuta distanza. Da Esopo a Disney gli animali diventano portatori di discorsi, soggetti della satira ottocentesca che denuncia la maleducazione umana, ridicoli alter ego o invincibili supereroi del mondo umano.

Eppure gli animali che ci presentano le tavole di questo prezioso libercolo scultoreo, sospesi non si sa dove, giocando o semplicemente stando come rapiti da altrove, vicini tra loro quando mai, abbiamo imparato, lo sarebbero stati, sconcertano la serietà con cui ci stanno di fronte così esattamente. Il titolo stesso, Pssst Pssst, pur nella sua risibile inconsistenza, dà alla storia un senso di realtà mettendo a fuoco con precisione il passaggio che è in atto, da un orecchio a un altro. Ma non siamo del tutto convinti che stiano parlando, tra loro sta accadendo qualcosa che non ci è del tutto chiaro, qualcosa che ci rimane comunque distante, nonostante il nostro tentativo di penetrarlo, nonostante il desiderio di dar loro la parola, questi animali non parlano, bisbigliano…Forse.

Elisa Del PreteQuel mondo, il mondo animale, ci rimane distante.
Potremmo vivere la vita intera senza incontrarlo, se volessimo.
Il mondo degli animali è oggi qualcosa che non penetriamo completamente, che non conosciamo più, una delle poche cose che ancora rimane da guardare e basta. Qualcosa che convive con noi quasi nostro malgrado, in parallelo, sotto il nostro sguardo stupito. Animali che ripetono con costanza e rigore i loro comportamenti, infastiditi talvolta dai nostri, ma senza mirare, pare, ad alcuna evoluzione, quanto meno immediata. Ma com’è possibile che oggi possano sopravvivere, così, sempre uguali a se stessi, quasi identici a com’erano?

Sì certo, gli animali domestici, quelli che prendiamo in braccio, quelli che crediamo di conoscere come fossero i nostri migliori amici, ecco il grado di avvicinamento antropomorfico che abbiamo oggi con l’animale.
Lo amiamo perché ci troviamo un margine di somiglianza, perché ci richiede un passo indietro, il regredire a un tocco, a uno sguardo, a un battito di palpebre, a un movimento della bocca o di un braccio…ci richiede un passo prima della parola.

Nessun animale conferma l’uomo, né in positivo né in negativo. L’animale può lasciarsi uccidere e mangiare, di modo che la sua energia vada a sommarsi a quella che il cacciatore già possiede. L’animale può lasciarsi addomesticare, fornendo cibo e lavoro al contadino. Ma sempre la mancanza di un linguaggio comune, il silenzio dell’animale, garantisce la sua distanza, la sua diversità, la sua esclusione dall’uomo.
(J. Berger, Perchè guardiamo gli animali)

Gli animali non parlano. E grazie a Dio.
Ecco allora forse perchè Chiara Camoni ha pensato a loro quando le è stato chiesto di fare un libro senza parole, un libro per bambini che lasciasse spazio alla loro immaginazione senza “dire” niente.

Il libro di Chiara è un libro fuori moda, in bianco e nero, del tutto inadatto ai bambini, pare.
Eppure quei disegni ti si appiccicano addosso e l’artista stessa dice – ho deciso di riprodurre disegni così realisti quando ho visto che i bambini rimanevano ammaliati dai volumi di riproduzioni ottocentesche e li preferivano ai libri più colorati e fantasiosi di illustratori moderni -. Eh sì, viene da rispondere, perchè li mostrano per quello che sono, per come non li conosciamo.

L’animale, se ci pensiamo, è la prima figura che l’uomo rappresenta. E’ il primo disegno. E il disegno è quella forma artistica, quello strumento primo e diretto che serve a conoscere il mondo. Tramite il disegno l’artista afferra ciò che non conosce, lo fa suo, è come se lo mettesse a fuoco, parte dopo parte.

Disegnare è possedere – diceva Amedeo Modigliani – un atto di conoscenza e di possesso.

Chiara è come se cogliesse l’occasione per disegnare, quasi come un bambino che vuole riprodurre qualcosa che lo ha catturato del mondo reale, che vuole riuscire a renderlo esattamente com’è, che vuole farlo bene, che rinuncia alla fantasia perchè trova più interessante restare nella contemplazione, nel gesto, nel segno da cui prenderà forma la figura.

Scomparsi dalla nostra vita, messi ai margini degli spazi che ci siamo ricavati per vivere, gli animali ritornano sui libri, nei documentari in televisione, nei cartoni animati…a dovuta distanza. Da Esopo a Disney gli animali diventano portatori di discorsi, soggetti della satira ottocentesca che denuncia la maleducazione umana, ridicoli alter ego o invincibili supereroi del mondo umano.

Eppure gli animali che ci presentano le tavole di questo prezioso libercolo scultoreo, sospesi non si sa dove, giocando o semplicemente stando come rapiti da altrove, vicini tra loro quando mai, abbiamo imparato, lo sarebbero stati, sconcertano la serietà con cui ci stanno di fronte così esattamente. Il titolo stesso, Pssst Pssst, pur nella sua risibile inconsistenza, dà alla storia un senso di realtà mettendo a fuoco con precisione il passaggio che è in atto, da un orecchio a un altro. Ma non siamo del tutto convinti che stiano parlando, tra loro sta accadendo qualcosa che non ci è del tutto chiaro, qualcosa che ci rimane comunque distante, nonostante il nostro tentativo di penetrarlo, nonostante il desiderio di dar loro la parola, questi animali non parlano, bisbigliano…Forse.

DOPO, DOMANI, un progetto d’arte utopica sul lavoro e l’abitare di oggi

su "ON", un progetto di arte contemporanea che invita artisti internazionali a realizzare opere e azioni in luoghi pubblici della città di Bologna

Mi è capitato, come forse anche ad alcuni di voi, di partecipare a bandi per incarichi di lavoro all’estero in strutture pubbliche (almeno in parte), e di scoprirmi davvero poco preparata a fornire un quadro sul mio lavoro passato che riuscisse a restituire da una lato quelle che oggi vengono dette le skills (ovvero le competenze acquisite nel corso della carriera professionale), dall’altro a mostrare come tali abilità potessero offrire un reale potenziale di sviluppo per chi avrebbe dovuto scegliermi.

Lavoro come curatore d’arte contemporanea e so che non è tra i lavori più comuni, ma credo che buona parte della mia generazione, io ho 37 anni, si trovi a vivere questa situazione.

Non si tratta di precariato o almeno non solo, si tratta a mio parere di visione, di proiezione, e perchè no, di desiderio. Aspetti che spesso sono fuori dalla nostra portata e dalla nostra preoccupazione, per lo più rivolta alla risoluzione di un presente. Si tratta di capire che e come quel che stai facendo può diventare bagaglio fondante il tuo futuro. Di capire, e dunque prima di tutto di cercare, il punto in cui ci troviamo lungo un percorso che ha un prima e avrà un dopo, e soprattutto segue un flusso che non è indipendente dal resto del mondo né dal resto degli esseri umani e viventi in genere.

D’altra parte, l’informazione, la pubblicità, i media ci mettono sempre di fronte ad una proiezione sul futuro…i futuro delle terra, delle risorse, la vita su altri pianeti, la scienza e la tecnologia, la vita virtuale, la fine della crisi…e il futuro è sempre messo in relazione al passato nel tentativo di costruire un discorso storico.

Viviamo all’interno di una contraddizione faticosa…ci viene chiesto di proiettarci sul futuro ma senza che l’oggi fornisca gli strumenti per pensarsi domani.

Così che quando mi sono trovata di fronte al titolo DOPO, DOMANI, quello della sesta edizione di ON, è stato un richiamo immediato, l’attivazione di una curiosità, di una domanda che mi ero scordata, il concentrarsi in due parole di due tempi vicini e lontani, il dopo dell’oggi ma anche di un futuro imprecisato, il domani come futuro auspicabile ma al tempo stesso immediata e circoscritta temporalità.

ON è un progetto avviato nel 2007 da Martina Angelotti e Anna De Manincor che investiga la sfera pubblica attraverso l’invito ad artisti internazionali a realizzare opere e azioni in relazione alla città di Bologna a stretto contatto con immaginari reali ma anche visionari e utopici (onpublic.it). Quest’anno sono stati realizzati due interventi artistici sul tema del tempo futuro, appunto, legato a quello dell’abitare e quello del lavoro: l’intervento scultoreo Monowe dell’artista torinese Ludovica Carbotta e una due giorni di discussione attorno al tema del lavoro presso la sede istituzionale di Palazzo D’Accursio del Comune, dove l’artista italo-libanese Adelita Husni Bey ha organizzato quattro tavoli tematici, 4 Atti sul Lavoro, così come si posso riascoltare su https://www.youtube.com/watch?v=uTo2e9i9mg4, invitando esperti a dialogare con i visitatori e con 20 disoccupati appositamente reclutati tramite una chiamata pubblica (il filosofo Federico Campagna ha coordinato il tavolo “Cos’è il lavoro? Il lavoro come ideologia”; il sociologo Federico Chicchi quello dedicato a “Chi lavora? Automazione e lavoro”; Cristina Morini, che si occupa della condizione lavorativa delle donne, ha guidato la discussione “Dove si lavora? Lavoro domestico e coworking”; infine Federico Martelloni, professore associato in diritto del lavoro all’Università di Bologna, quella su “Quale tutela del lavoro? Lavoro e diritto”).

Entrambi proiettati verso una dimensione utopica del futuro, i due progetti sono in realtà un invito a porci domande sul presente.

Quest’ultimo, in particolare, che è ancora in corso nella sua fase di post-produzione ovvero nella rielaborazione dei dati raccolti, ha ben poco di artistico in termini formali condensando invece la sua essenza metaforica nel processo che mette in atto. Un processo cognitivo, di attivazione di pensiero, verso se stessi ma anche verso gli altri, di visioni sulla società locale e globale.

Durante le due giornate dei 4 Atti (la prima live, la seconda in differita audio e video) il pubblico era invitato a compilare un questionario per “visualizzare un futuro prossimo del lavoro”, andandosi a cercare nel 2040, andando a cercare nel proprio immaginario la propria condizione tra più di vent’anni, un tempo lungo ma poi non così lontano. “Il questionario è composto da due parti – si legge sulla copertina -, una riguardante il presente e una seconda, più estesa, che chiede di situarsi nel futuro.”

Tali questionari, ad oggi qualche centinaia, sono stati raccolti per essere rielaborati in chiave statistica e messi a disposizione di tutti online (su onpublic.it, e altri portali come su testate giornalistiche nazionali su cui usciranno non appena sarà terminata la fase di rielaborazione) per darci un quadro delle condizioni future del nostro lavoro. Un quadro improbabile, ovviamente, che però forse ci porta altrove.

Domande come Quanto è importante la carriera nella tua vita del 2040? oppure Nel 2040 quanto si differenzia il tempo del lavoro dal tempo del non lavoro nella tua giornata? …o ancora Esiste (nel 2040) il Ministero del Lavoro? Quali altri tipi di sostegno oltre al lavoro ti permettono di sopravvivere nel 2040? non si distanziano tanto da quelle delle application internazionali di cui dicevo all’inizio, non ovviamente nei contenuti, quanto nell’approccio che richiedono. Entrambi i questionari sono un invito spietato e talvolta crudele a interrogarci sulla nostra condizione. Altrochè futuro! Sì certo, possiamo divertirci a rispondere alla domanda su “come manifesti nel 2040 la tua insoddisfazione verso la tua condizione di lavoro” con “compio atti terroristici” o “divento un eroe” o “mi suicido” ma subito ci viene da pensare, e oggi? È poi così diverso? Riesco a manifestare questa insoddisfazione o subisco il mio lavoro senza interrogarmi per niente? O ancora quando ti viene chiesto se il tempo del lavoro nel 2040 si differenzierà da quello del non lavoro, qual è il desiderio e quale l’attesa?

Nel compilarlo mi sono sentita un po’ sola. Cosa avranno scritto gli altri – mi sono chiesta? Come la intendono loro, qui accanto a me? Quelli che lavorano con me e quelli che hanno scelto tutt’altro? Mi sono venute in mente le parole di Zygmunt Bauman quando parla della contraddizione della condizione attuale individualistica dove il singolo, privato ormai della comunità, si trova però a dover risolvere problemi causati e concernenti la società intera. Pur non essendo stata presente, immagino che i 4 tavoli, così come li ho ascoltati, oltre che un’occasione di approfondimento tecnico e teorico su temi di cui i lavoratori conoscono spesso solo l’aspetto pratico, siano stati prima di tutto un atto sociale, un’occasione quanto meno di condivisione di questioni che riguardano la collettività.

È vero che tendiamo a vivere sempre più isolati, chiusi nelle necessità di risolvere ognuno il proprio quotidiano, ed è anche vero che questo grado di individualismo è l’ovvia conseguenza di uno stato di urgenza in cui ci siamo trovati negli ultimi anni, ma è anche vero che ci piace stare nel nostro piccolo sistema di relazioni (o non relazioni) inconsapevoli e felicemente ignari di ciò che ci circonda, o anche chiuderci dentro un mondo all’avanguardia nella nuova tecnologia, al riparo da ogni sforzo collettivo. Un duplice lato della stessa medaglia, così come ce la presenta anche Ludovica Carbotta in Monowe, di cui si può ascoltare una traccia audio su https://soundcloud.com/on-public/monowe. Una voce persuadente ci invita a partecipare alla selezione (ancora una volta!) per l’unico posto a disposizione per la città di Monowe mentre sostiamo di fronte a due sculture aliene, spiazzanti, certamente e volontariamente prive dell’eleganza che contraddistingue invece l’area della Manifattura delle Arti in cui si ergono e a cui Bologna ha affidato buona parte della sua identità negli ultimi dieci anni (un piacevole sobborghetto interamente ricostruito col tipico mattone rosso, tanto di giardinetto e ciottolato medievale). Strutture abbozzate, senza chiara funzionalità, disegni di pazzi architetti o ignari bambini, che hanno origine dalla giuntura di tubi innocenti e vengono infine ricoperti da un’intelaiatura di plastica bianca. Si tratta apparentemente di elementi primordiali di una città del futuro, ma l’invito in realtà è per oggi…si può partecipare fin da subito e chissà – mi son chiesta – se qualcuno ha davvero richiesto la cittadinanza di Monowe? C’è posto per una sola persona a Monowe, ci dice la voce…e finalmente lì il fortunato abitante prescelto potrà starsene da solo, nel lusso di tutte le comodità che la città offre.

Sembra ironia o fantascienza ma quanti di noi non lo vorrebbero? Non è forse quello che la maggior parte di noi fa o tenta di fare nella propria vita, viverla autonomamente, al riparo dagli altri, senza mai retrocedere di un passo?

DOPO, DOMANI, una riflessione sul futuro che però a me pare sia prima di tutto un invito a guardare all’oggi, a stare nel presente, a riconoscerci, come viviamo, a interrogarci, su come lavoriamo.

È questa d’altra parte la natura prima dell’arte contemporanea, non la sua bellezza formale, come molti reclamano, bensì la sua capacità di farci dialogare col presente, di portarci oltre un tempo passato che procede per declami ma non lascia spazio al dialogo, e di porci di fronte a un futuro di questioni pregnanti del mondo come di ognuno, di attivare una consapevolezza individuale e uno sguardo critico soggettivo nell’ottica però di una vita che è, evidentemente, non mono, ma plurima.

Ciò che è bello a mio parere, oltre che molto significativo, non è la forma estetica ma il modo, la modalità in cui ciò avviene dentro l’istituzione, laddove l’arte sta riconquistando spazi di discussione mancanti in altri settori.

www.onpublic.it

Quei graffi sui muri

sul lavoro "Urban Spray Lexicon" del collettivo teatrale Ateliersi

Da una città che lotta da anni, decenni, contro la violazione del muro “pubblico”, che vede susseguirsi amministrazioni che, ognuna a proprio modo, si ostinano, sebbene consapevoli dell’inutilità del gesto, a pulire e ripulire intonaci di palazzi, portici, colonne e serrande dai segni a spray che, dall’altra parte, gli avversari di questo duello, le giovani bande graffittare, persistono a comporre in un crescendo sempre diverso; da una città come Bologna, che vanta una tradizione più o meno legittimata di writers che proprio ora vengono scritturati dal Comune per comporre facciate intere di palazzi di periferie, e che sebbene desideri vantare questo primato non si trova ad esser poi tanto diversa da Milano, Roma o Zagabria; da queste strade, ovvero dalla strada, da questo luogo che è un alternarsi e altalenarsi di spazio pubblico e privato, di concessioni e appropriazioni, di voci, firme, legislazioni; da qui, dallo studio, dal loro rinnovato spazio Atelier Sì che dà il nome alla nuova forma che si è data il gruppo, non più compagnia teatrale ma collettivo di produzione artistica, ecco, dalla ricerca che da anni porta avanti sui luoghi di confine, Ateliersi fa nascere il suo ultimo ampio progetto: Urban Spray Lexicon.

Urban Spray Lexicon è un’esplorazione, un’esperienza, una raccolta, un’appropriazione e infine una rilettura in chiave drammaturgica e performativa di un lessico ignobile come quello delle scritte sui muri. Non è uno spettacolo teatrale, o, almeno, non solo, è una ricerca complessa che trova direzioni e forme molteplici per approdare a questo spazio irrisolto. È un tentativo di porsi nei confronti di segni che impregnano il paesaggio urbano contemporaneo, non per comprenderli, spiegarli, raccontarli, bensì per farli risuonare…

è dura ma via amo
cago sulle frontiere
evasione dall’esistente
non si dovrebbe essere mai soli
sogno di essere un imbecille felice
ieri ho finito gli esami oggi ho tanta paura…

Chi ci sta dietro queste frasi, questa infilata di parole spesso mal scritte, sproporzionate, volontariamente o involontariamente scorrette, oppure precise, sintetiche, scelte o, ancora, storte, minute, titaniche, accurate o invadenti…non lo possiamo sapere. Non c’è autore in queste voci, né spesso alcun intento autoriale o artistico. Chi decide di incidere parole su un muro lo fa per non parlare solo a se stesso, perchè quel muro è anche suo ma non solo suo. Lo fa per mettere nero su bianco quel raggio di pensiero o l’intera costellazione di un discorso nel suo passaggio dal privatamente stridente al pubblicamente invadente, per disturbare, richiamare l’attenzione su qualcosa che non vuole riguardi solo lui. Qualcosa che spesso suona come già sentito, che ripete, che è contro o a favore, qualcosa che spesso non ha alcuna pretesa in più dell’essere lì, su quel muro, qualcosa che spesso assume più valore per chi legge che per chi scrive.
Per chi scrive è nel gesto l’essenza prima del segno, è nell’atto del fare più che del dire. È il grado zero della rivolta, l’urgenza di lasciare un segno…

Spesso anche le case, le stanze, gli spazi loro privati, di questi anonimi scrivani, hanno i muri imbrattati di scritte, loro o di altri. Scordiamoci dunque che sia una moda. Gli stili cambiano, le regole anche, così come i caratteri, i temi e le altezze. Diverse statistiche confermano che si tratta anzi di un “fenomeno” in aumento. Improbabile dunque cercare anche di cimentarsi nella soluzione di una controversia che va avanti da sempre tra chi le scritte le vuole bandire e chi desidera adeguatamente confinarle. Certo è che le scritte rimangono e hanno origine molto lontana.

Urban Spray Lexicon inaugura il suo primo capitolo nel 2012. E’ Boia-concerto breve per imbrattamenti, voce e sintetizzatori (2012-2014), presentato nella sua prima forma ancora embrionale a Bologna nell’autunno del 2011 per il progetto Bologna al muro, quindi al Festival perAspera nel 2012, all’Angelo Mai di Roma nel 2013 e in numerose altre rassegne tra cui, lo scorso luglio al Festival di Santarcangelo dei Teatri, con la presenza “ofelica” di due giovani cinesi, Cherry e Giù arricchita dalla sonorità della lingua inglese, quindi, a seguire, alla rassegna Teatro a Corte di Torino, e che approderà a settembre a Rovigno, in Croazia per il festival BLITZ. Boia è un crescendo incalzante di parole e suono che da principio riverberano come battiti astratti, quindi mutano nei versi di un vero e proprio cantico che poco a poco si svela allo spettatore nella sua origine, risucchiandolo dentro a un vortice di frasi che si fanno via via sempre più riconoscibili, distinguibili, e che sebbene non coincidano esattamente con qualcosa di conosciuto risuonano alla fine come un’immagine visibile. È la città che prende forma. Il senso del discorso lascia spazio all’architettura solida, la parola al paesaggio. Boia è una raccolta, un’antologia, una collezione di materiali sfuggenti, mutevoli, disordinati, a cui viene dato provvisoriamente un ordine per comporne un poema. La voce di Fiorenza Menni che ne scandisce il ritmo, sola, amplificata, moltiplicata, diventa coro. È il coro di voci anonime che, come nell’antica Grecia, commenta la vicenda e dà voce al pensiero collettivo, ci dice da che parte stare, quali sono le parti in gioco, giudica e prende posizione.
In scena però la vicenda manca. Perchè la vicenda è là fuori, fuori dal palco, in strada, in città, è quella che conosciamo bene, la vita di ogni giorno tra delusioni e traguardi, l’esperienza che riguarda ognuno di noi e noi tutti insieme, è ciò che succede fuori e dentro i palazzi…
Così la troviamo in Se la mia pelle vuoi, il secondo capitolo del progetto, (di e con
Fiorenza Menni e Andrea Mochi Sismondi, in scena assieme a
Arianna Belloli e Alessandro Fantinato; presentato in occasione dell’ultimo Gender Bender Festival di Bologna a novembre 2013), laddove la ricerca di Ateliersi si è interrogata sull’origine del gesto che porta a scrivere sul muro. Il tema naturalmente è quello della comunicazione o, meglio, della non comunicazione e del nostro costante tentativo di rinnovarla, di accendere il discorso, la parola, il dialogo, mentre, al contrario la vita attuale ci conduce esattamente e paradossalmente dalla parte opposta.
Qui Ateliersi si interroga su ciò che precede l’atto di scrittura, sul tempo antecedente il momento in cui il grido s’inscrive sulle superfici…Dietro le scritte la vita: piccoli eroismi senza seguito, come ha scritto una volta Céline, forse, o un altro poeta d’assalto.
Siamo tra i palazzi e la gente di una città di grattacieli e luce sempre a giorno. Non può avvenire altrove… Se usciamo dalla città, se andiamo anche solo in una cittadina di provincia, o addirittura se arriviamo fino ad un piccolo paese, scritte e graffiti vengono progressivamente meno…certo ne rimangono, cambiano le dimensioni e gli interventi a spray diventano quasi opere di land art, visibili da una certa distanza o in relazione al paesaggio, ma l’imbrattamento è meno ossessivo, sistematico, dissacratorio.
Forse perchè i palazzi pubblici, quelli tutelati, i monumenti, i falsi i veri, i vecchi e i nuovi sono molti meno, forse perchè le case private sono più riconoscibili, forse perchè ci si conosce di più e si teme di essere riconosciuti, forse proprio perchè verrebbe meno l’anonimato, o perchè c’è meno bellezza monumentale da violare o, al contrario, è lo stesso paesaggio, più bello diremmo, magari arcadico, a non invitare allo sfregio. Forse perchè c’è più comunicazione diretta tra le persone, il circolo è più stretto, le cose da dire e da contestare non così vitali, forse perchè c’è meno libertà o, forse perchè ce n’è di più.
Vero è che il graffito, il graffiare il muro per dar voce alla propria opinione è un fenomeno che riguarda il paesaggio urbano, le mura, i muri della città.
Freedom has many forms. Note e notizie sul come e perché delle scritte sui muri, il terzo capitolo di Urban Spray Lexicon è una lezione paraccademica che inizia proprio con Brian di Nazareth che insorge contro i Romani scrivendo di nascosto “Romani andate a casa” proprio sul muro del palazzo del governatore. Siamo in una scena del film di Terry Jones coi Monty Python, e Brian, analfabeta, sbagliando la grammatica della frase, beccato dai Romani, verrà invece costretto a riscriverla, proprio come un somaro in classe, cento volte in modo corretto, ma il messaggio è chiaro: già un muro dell’epoca di Cristo è luogo ideale per far scattare la rivolta.
La lezione continua con altri spezzoni di film, immagini, commenti, costruendo una bibliografia e iconografia unica sul tema. A costruire e interpretare la lezione è Andrea Alessandro La Bozzetta che dalle denunce anticlericali della Roma del IV secolo ci conduce ai murales di Orgosolo in Sardegna, passando dalle rivolte sessantottine di Parigi e Milano in cui nasce il segno anarchico poi rubato dalla politica e dalla moda, e arriva fino al restauro del palazzo del Reichstag a Berlino nel 1992 dove Norman Foster sceglie di conservare gli imbrattamenti lasciati dai militari russi alla fine della guerra.
La scritta sul muro, questo atto che nasconde ragioni diverse ma che trova nella forma e nel contesto l’urgenza e la rapidità di un gesto comune che varca il confine tra l’individuo e la comunità a cui la scritta si rivolge, ha dunque radici in un passato che va molto lontano nel tempo e non accenna ad esaurirsi. Artisti, registi, scrittori…continuano a farsi ispirare da questi enunciati che nel loro stato spontaneo e liberatorio fungono da specchio del cambiamento in corso.
Le scritte fanno da sfondo a fatti, storie, fenomeni in transizione. Complice la lingua e il suo muoversi, la sua capacità e necessità di adattarsi alla rapidità del pensiero evoluto dell’uomo. Se il graffito diventa anche disegno, squarcio nelle architetture della città, quando rimane scritta l’immaginario si preserva. La scritta è in grado di condurci altrove, oltre quel muro, di aprire una finestra sulla vita di altri, sulla nostra, su quello stesso istante in cui ci accorgiamo di essa.
Chi scrive spesso si rivolge direttamente a chi legge, non scrive solo per se stesso, non è né cerca qualcuno di precisamente reale, aspetta chi passa, colui che passando sceglie di condividere quel pensiero, di aprire quel dialogo con uno sconosciuto. La scritta è un appello al pensiero collettivo, all’estrazione del senso e del non senso, un invito a disinibirsi, a liberarsi dalla convenzione della scrittura stessa…

bestemmia e liberazione
dappertutto in stile libero
deragliamento personale
comunque niente rimorsi
dormo poco sogno molto
scopata epica ti amo topo
in culo a tutte le ideologie

Ma come cambia la lingua?
Urban Spray Lexicon continua…affacciandosi, in una ulteriore fase di ricerca, direttamente alle finestre che questi segni aprono sui muri delle città. I materiali, divenuti un archivio di immagini e testi, una bibliografia, filmografia e iconografia, si adatteranno a nuovi luoghi in cui il progetto verrà proposto andando ad esplorare il fuori e il dentro di questa linea di confine che è “la parete pubblica”. Primo saggio di questa nuova deriva è stato Urban Spray Lexicon Open Class, un progetto laboratoriale promosso dal Festival di Santarcangelo dei Teatri sempre in occasione dell’ultima edizione, che si rivolge agli adolescenti, a quei ragazzini che sono i primi autori, questa volta sì, di segni in cui oggi si identifichino. L’attenzione cade infatti sulle tag, firme che non sono più bozze di discorso, urla vomitate in strada, parole visionarie e immaginifiche, graffi di rivolta, protesta, amore e lotta, ma che suonano al passante come sberleffi, selfie grafici, esercitazioni di “autori” che testano il proprio marchio per competere con quello altrui, con quelli pubblicitari, commerciali e istituzionali secondo regole precise, di spazi e ruoli in un contesto cittadino che funge da palestra, luogo di indagine, consenso e popolarità. Serrande, mattonelle di bagni più o meno pubblici, portoni, finestre, botole, nicchie, colonne…laddove sarà più difficile cancellarle.
La scritta sul muro d’altra parte convive da sempre con la sua stessa morte, nell’attesa della sua cancellazione, ma forse proprio questa temporaneità è l’essenza principale di questo vociare in continuo movimento.
…Quale segno resterà dunque mai davvero indelebile?

Blu Bologna

BLU BOLOGNA

Salivo a piedi verso San Luca, seguendo il porticato, già uscendo dalla città, che stava già ai miei piedi, sulla destra. Per chi non è di Bologna, San Luca è un santuario, una chiesa in cima a un piccolo colle, cui solitamente si sale in pellegrinaggio quando sia ha necessità di riflettere, di smaltire qualche chilo, di consacrare un fioretto fatto per passare un esame, di pregare per qualcuno, o semplicemente di uscire dalla cappa bolognese… non solo d’inquinamento.

In venti minuti sei fuori, vedi alberi, valli, fiori e case meravigliose, senza macchina, fuori dalla città, fuori dalle ansie della giornata, dalle urla della famiglia, dal cemento, dal “vendesi/comprasi” o dal “cercasi/offresi” cittadino.

Di posti così a Bologna ce ne sono sempre meno, isole di libertà non forzata, in cui si può perder tempo con se stessi ma anche con gli altri, in cui capita di ascoltare lingue diverse e di comprendere scopi diversi, in cui lasciar spazio alla vista, notare i dettagli e le ampiezze, in cui ridimensionare le urgenze fino a poco prima considerate stringenti.

Non so se è la parola giusta ma mi viene da chiamarli spazi di sacralità.

Sì, a Bologna di spazi sacri ne sono rimasti pochi, pochissimi.

Oltre San Luca, suonerà forse un po’ strano quel che dico, l’XM24 è uno di questi: San Luca e XM24, perché no? Due posti da frequentare in libertà.

San Luca è un santuario, l’XM24 un centro sociale nato nel 2002 dal recupero di un fabbricato abbandonato dopo il trasferimento del mercato centrale ortofrutticolo che prima vi trovava vita. L’edificio è stato occupato, risistemato, attivato come luogo autogestito dedicato alla cultura a 360 gradi, dall’insegnamento della lingua italiana alla pratica dell’incisione, dalla sistemazione delle bici, ai dj set… un luogo libero, sacro, appunto, in cui discutere, divertirsi, creare, imparare, gli uni dagli altri. Perno dell’attività il mercato, ovviamente, sulla scia della sua originaria natura: un mercato a km zero che dà spazio ai coltivatori locali… ma non solo.

Fino a ieri quasi un orgoglio per la città, no problem, nessuno li caccia, ci mancherebbe, una realtà che nutre tanta vita… oggi però non più. No, ragazzi, qui sta per prendere vita un quartiere residenziale importante, lo sapevate, va adeguato il piano del traffico affinché questo quartiere sia collegato col centro, quest’area, la Bolognina, potrà finalmente diventare la nuova area cool, con affitti in rialzo (ma la gente non è in bolletta?), tutti i servizi sotto casa, la pista ciclabile, il parchetto dove fare jogging, l’asilo, il centro commerciale, il ristornante etnico… sicuramente potreste spostarvi da un’altra parte… qui è finito il gioco, ora si fa sul serio.

Già, perché funziona così, prima li diamo ai punkettoni alternativi, agli artistoidi, che ci controllano l’edificio, lo rimettono a nuovo, si autoproducono cose interessanti, portano gente dall’estero… poi, quando è ora, si vende! Perché? Perché quel che sa fare la nostra amministrazione oggi è batter cassa, vendere mq, palazzi, ex caserme, ex fabbriche, riscuotere affitti, imporne dei nuovi… L’XM24 è solo l’ultimo di una serie, quasi tutti i cinema hanno chiuso per diventare franchising senza che nessuno battesse ciglio, spazi di studio sono stati murati per evitare che si fumassero le canne, degli spazi indipendenti viene costantemente negoziata l’autonomia… sebbene forse non se ne accorgano.

Ma in fondo sì, ci potrebbe anche stare, potrebbe essere una politica. Ma cosa viene restituito? Dove si va a parare? Che politica è?

È una politica dove mancano le idee. Perché la buona vecchia Bologna su cui ancora fino a pochi anni fa riponevamo tante aspettative è davvero finita, non c’entra la destra o la sinistra a quanto pare, il problema è un altro, è la mancanza di idee, idee di sviluppo che diano orientamenti, creino innovazione, alimentino gli stimoli e vadano oltre il puro desiderio di affermazione del potere. I soldi c’entrano solo in parte, perché Bologna di risorse, anche non economiche, ne ha sempre avute, c’entra la voglia di fare le cose diversamente, di imparare le regole anche dei giochi degli altri… e invece quel che succede è proprio il contrario, siamo noi, cittadini, che ci adeguiamo al loro gioco, e il gioco che ci stanno insegnando è a chi conta di più, ovvero a chi ha più soldi e posizioni più importanti: nomine, dirigenze, esercizio costante di potere, sottomissioni, de-responsabilizzazioni, annientamenti…mors tua vita mea, ad ogni costo.

E questo è quel che ci viene poco a poco impresso.

Dunque, che importa se la qualità della nostra vita è peggiorata, se amici e parenti hanno smesso di venirci a trovare svenati dalle multe, se il ragazzo ventenne in divisa che siamo felici abbia un lavoro mentre chiediamo indicazioni ci fa la multa per la sosta in doppia fila, se invece che fuori da cinema e librerie storiche i ragazzi stanno in fila all’apple store, se un caffè al bar arriva a costarti un euro e venti, se le piste ciclabili finiscono sui vialoni, se smetti di andare al mercato in “piazza” per non sentirti un turista pirlone, se il tuo capo, figlio di papà, più giovane di te, si è comprato la laurea, se dottorati cinquantenni fanno ancora i power point a professori novantenni, se i trentenni al golf club discutono se è meglio Madonna di Campiglio o Cortina ma non sanno dov’è Sarzana, se c’è chi può fare una telefonata e chi deve mettersi in coda, se i ragazzi scalpitano in attesa della vertical session o della white sensation invece che all’uscita dell’ultimo album di una nuova band (quale, effettivamente?), se gli studenti usciti dal triennio di filosofia non sanno chi è Morandi, Giorgio, non Gianni, se i nostri freezer sono pieni di quattrosaltinpadella da scaldare al microonde e mangiare davanti alla serie televisiva del mercoledì sera… ?

Che importa? A chi importa? A loro, a chi sta al potere, sì, a loro va bene così, nel piccolo della nostra città… nel piccolo di ogni relazione, tutto ciò si alimenta nel piccolo di ogni dialogo o non dialogo, di ogni scelta o non scelta. Tutto ciò si alimenta educando all’indifferenza verso l’altro e il suo pensiero, alla mancanza di rispetto, al disinteresse e anzi all’indipendenza dall’altro, alla diffidenza, alla difesa.

Ecco che ti senti preso in giro, che te la prendi con chi esegue gli ordini dall’alto, con chi cerca di arrangiarsi come può, con chi si veste in un certo modo, con chi ha i cani, con chi ha le pellicce, con chi cerca di stare dalla parte di chi conta, con chi finge, con chi ti mente, con chi ti frega… tu, contro di lui, e lui chi è? Nient’altro che un comune cittadino come te, magari un tuo collega, un tuo vicino di casa, un tuo parente…

Io non capisco molto di politica, anzi la detesto profondamente, non ne capisco il linguaggio, le parole mi suonano vuote, senza contenuto, inutili, non riesco a farne tesoro, ma qui non stiamo parlando di politica, ma di strategie di dominio che si vedono, si sentono, mentre trasformano il nostro paesaggio, visivo, urbanistico, umano.

Per chi come me non ha voglia o strumenti per capire che sta succedendo lassù, in alto, nelle stanze del potere, ancora una volta ci ha pensato l’arte, ci ha pensato Blu, con un dipinto, un’immagine, proprio come succedeva nel medioevo in chiesa quando la pala d’altare ammoniva e istruiva i fedeli sulle cose del mondo.

Blu si è preso il muro dell’XM 24 proprio quando il Comune ha dichiarato la demolizione e ci ha disegnato sopra. Diciamo pure dipinto, perché quel lavoro è durato oltre un mese, otto metri per otto, dettaglio per dettaglio, segno dopo segno, pennellata dopo spazzolata.

E già questo basterebbe come messaggio: il fare e basta, senza tanti indugi, senza troppe parole.

L’arte d’altra parte è così. È l’arte a prendersi la briga. Quella stessa arte che viene chiamata in causa quando c’è da risolvere qualcosa, quando non ci sono soldi, quando diventa troppo faticoso… l’arte non si risparmia, non calcola, non teme (e parlo di arte come scelta, di lettura, interpretazione, contraddizione della realtà). E Blu è un artista, per chi non lo conoscesse (beh, per chi non lo conosce è il caso che si vada a guardare il sito blublu.org, essendo tra i più grandi autori del nostro secolo… senza firma però, perché la sua arte non si mette in casa né ha un’istanza economica, forse politica e certamente artistica), formatosi a Bologna ma ormai dovunque, nel senso che agisce e vive ovunque, è un cittadino del mondo. Sì, lui lo è. Lui disegna sui muri, nei cortili, dentro ai tubi, disegna l’uomo. Sì, semplice, disegna l’uomo nel suo fare e disfare, nel suo trasformarsi, nel suo essere in lotta con la natura, nelle sue ossessioni, nelle sue follie: un uomo che funge da specchio a chi lo guarda, un uomo sproporzionato, spesso goffo, stupido, a disagio, che fa fatica a controllare il suo corpo o che giganteggia baldanzoso. L’uomo, il suo essere eroe, vittima, carnefice, procreatore di se stesso e del suo ambiente, il suo auto-riferirsi, la sua bramosia di conoscenza, il suo costante fallimento, il suo precipitare, il suo essere paradossale, il suo essere massa, robot…

Su quel muro dell’XM24 Blu è come se ci si fosse immolato per raccontarci Bologna, oggi, lui che ormai la vede da fuori. Le due torri ci sono, le mura di cinta, il sindaco, le bici, la mortadella… ci sono tutti gli elementi d’hoc nel suo murales, ma non è precisamente la cartolina che siamo abituati a vedere su google, o a leggere sui giornali. Anche chi non ha gli strumenti per riconoscere tutto e tutti (per questo suggerisco magari di andarselo a vedere dal vivo e di ascoltarsi la presentazione che ne ha fatto Wu Ming), chi non è di qui, chi non ha letto Il Signore degli anelli, chi non ha visto Guerre Stellari, chi non sa chi è Uilli, o non vede nel centro sociale Atlantide che una porta delle mura cittadine, chi non sa che gli animali della bandiera dell’XM24 sono un cane, un piccione, un topo, beh, chiunque, proprio chiunque, di certo, una cosa la capisce: siamo in guerra.

Già. “Occupy Mordor” ci dice di una Bologna in guerra. La dichiarazione è sancita, questo muro dipinto la sancisce, qualora qualcuno non se ne fosse accorto. E non si tratta della politica, della destra e della sinistra, della religione, sono i cittadini ad essere in guerra, gli uni contro gli altri.

Bologna brucia (è questo il nome del festival dedicato a tutti gli spazi occupati in città), brucia di odio e tensione malsani, brucia di invidia, di diffidenza, Bologna fa paura, è una città che, oggi, fa paura. Si respira ansia, preoccupazione, delirio, la gente parla e teme il fallimento, economico ma, peggio ancora, personale: o sei dentro o sei fuori. La lotta che racconta Blu d’altra parte è proprio questa: tra chi è dentro le mura e chi è fuori… la gita fuori porta, oltre le mura? E chi ci pensa più, ora occorre barricarsi, tirare fuori armi e bagagli contro tutto e tutti. La lotta è tra chi vuole arricchirsi e comandare e farlo vedere, e chi ha altre priorità, come inventare software, imparare a coltivare, divertirsi, comunicare, ricavarsi spazi di creazione e ricreazione, spazi di sacralità… qualcosa come coltivare le proprie idee, senza timore, magari anche senza finalità?

Ma a ben guardare lo spettro si allarga: sul murales i cittadini non sono solo bolognesi, sono cittadini contro cittadini in ogni città, in ogni regione: troviamo sigle, segni, riferimenti troppo chiari per non parlare a tutti… No VAT, No TAV, l’estintore di Giuliani al G8, i libri scudo dei Books Bloc, gli a/i (autistici inventati), la (((i))) di indymedia, combattono contro casse e cassieri, forconi, caschi e scudi corazzati, ruspe, camion. Burattini contro ciclisti, mortadelle contro cocomeri, controllori contro controllati, banchieri contro ravers… gli uni contro gli altri, l’uno contro l’altro, all’insegna dell’individualismo e della legge del guadagno… all’insegna della paura, quella paura che non fa che arricchire psicologi, osteopati, becchini…

Quand’è successa questa roba? Chiediamocelo, per cortesia, chiedetevelo per cortesia… adesso, appena uscite e incontrate qualcuno, cercate di non odiarlo perché ha la giacca più bella della vostra, perché ricopre una carica più alta, perché vi ha attraversato la strada inaspettatamente, perché il suo cane ha pisciato sulla gomma della vostra auto, perché è lento a riempire le buste al supermercato… non rendiamoci stupidi, non rinunciamo al nostro pensiero di uomini, al nostro corpo di animali sociali, al potere delle nostre idee.